Catalogo

Pikenoi Antichità Italiche 

della Collezione Vallorani

di Giacomo Recchioni
per Andrea Livi Editore, Fermo

maggio 2019, ISBN 9788879694292

Con prefazione di Vittorio Sgarbi ed altri illustri Signori

oltre 400 pagine, decine di antiche mappe, foto dei reperti, materiale inedito

in vendita nelle migliori libreria e presso il sito web della case editrice 

http://www.andrealivieditore.it/

C'è un tempo cruciale e fecondo che questo catalogo riconsegna alla nostra identità collettiva: quello della civiltà picena...
Tino Vallorani. Un uomo curioso e originale, di cui ognuno parla come di una leggenda... L’archeologia è la memoria di chi non ha lasciato memoria.
Pikenoi rompe con questo pigro schema sensazionalista. È una mostra seria nella sua ricerca compositiva, persino difficile nello sforzo che richiede al visitatore, per di più volutamente allestita in un luogo di “provincia”
Il percorso intorno a questa preziosa collezione diventa l’occasione di un confronto profondo con l’identità primigenia del nostro territorio, alle fonti di una civiltà adriatica meritevole di maggiori attenzioni storiografiche.
Perché una mostra sui Piceni? Sono passati circa cinquant’anni da quando la comunità scientifica ha definito questa cultura dell’Italia preromana un fantasma che si aggirava nella fascia medio-Adriatica
Il Museo Pikenoi, importante custode dei piceni, si è posto il quesito fondamente circa quale dovesse essere il suo DNA digitale, nonostante contenuti e reperti oggetto di custodia e valorizzazione siano di diversi secoli fa.

Il primo saggio, intitolato Etnologia delle antiche popolazioni centro-adriatiche, tratteggia la complessa rete di scambi commerciali e di relazioni culturali che, fin dal periodo neolitico o forse anche dal mesolitico (8000 anni b.p.: isola croata di Pelagosa), hanno solcato le acque del Mare Adriatico, dai commerci della preziosa ossidiana delle Tremiti, ai manufatti metallici, alla diffusione della ceramica attica, presente fino ad oggi in ben 45 siti archeologici del Piceno. 

Fin da tempi remoti, gli strumenti litici della facies “Centro-Adriatica” o “Abruzzese-Marchigiana” sono esattamente comparabili ai manufatti dell’opposta sponda, specie a quelli dell’isola di Hvar. Materiali di provenienza mesopotamico-anatolica hanno raggiunto i siti neolitici padani usando il mare interno come via privilegiata di comunicazione. 

La via dell’ambra, dai lontani giacimenti dei Balcani, raggiungeva la pianura padana attraverso l’Adriatico e da qui s’irradiava nella penisola attraverso la mediazione picena. Il santuario dedicato alla dea Cupra parrebbe testimoniare la presenza di rotte commerciali provenienti da Cipro, isola in cui era specialmente venerata la Venere-Cipride che, tra le sue funzioni, aveva anche quella di protettrice dei naviganti assieme a Fortuna cui era dedicato il fanum Fortunae che diede il nome a Fano.

Il secondo saggio, intitolato “Un’arcaica Principessa Adriatica e il suo popolo”, riassume i dati forniti dalla straordinaria sepoltura della dama picena che ha meritato a pieno titolo di essere chiamata “Regina di Numana”. La straordinaria qualità e quantità dei reperti del corredo funerario rinvenuto nel perimetro di un probabile tumulo, oltre alla peculiarità di alcuni di essi, permette di ascrivere questa donna vissuta nel VI secolo a.C. tra le più potenti ed enigmatiche sovrane dell’intero bacino mediterraneo. 

Il ritrovamento mette in crisi la classica concezione del ruolo della donna espressa dalla celebre epigrafe romana Casta fuit lanam fecit domum seruauit. Non sappiamo se la “Regina di Numana” fu casta, ma certo nella sua qualità di sovrana dovette comportarsi secondo le regole dettate dagli dèi e trasmesse dagli avi. Regole che, nel suo caso, non le impedivano di svolgere il ruolo di simposiarca, di bere vino e libarlo da una speciale oinochoe che suggerisce un uso anche rituale del recipiente. 

Tra le figure dipinte sulle ceramiche, quella di Artemide a cavallo suggerisce di attribuire alla sovrana una vocazione magico-guerriera: quella di una donna-amazzone dotata di una “verginità” non anatomica ma non ancora sottoposta al giogo matrimoniale. Una verginità che assimilava Artemide a un’orsa selvaggia e che, alla vigilia delle nozze, imponeva alla ragazza di svestirsi del mantello di pelliccia d’orsa sacro ad Artemis Brauronia. 

Di certo sappiamo che la “Regina di Numana” lanam fecit perché venne sepolta con due telai, uno fisso e uno portatile. In quanto al domum seruauit, dovette provvedere a conservare la domus comune dei suoi sudditi e dovette farlo esercitando anche l’imperium militiae: le armi e i carri, da guerra e da parata, che facevano parte del suo corredo le furono trasmessi da precedenti generazioni regali. 

I grandi vasi, plasmati e dipinti da pittori attici che si attennero a precise istruzioni dei committenti piceni, raffigurano agoni tra atleti/combattenti maschi e femmine e suggeriscono che l’illustre dama di Numana non si limitasse ad assistere a tali agoni dalle tribune d’uno stadio ma vi partecipasse di persona. S’avverte una componente “spartana” in questa sovrana picena la quale, tuttavia, non le impediva di soddisfare il femminile amore per la cura della persona e per i gioielli: la sua veste era ornata da granuli d’ambra e pasta vitrea e facevano parte del suo corredo circa 1000 fibule, varie in ambra e avorio, oltre a una grande quantità di conchiglie cyprae importate dal Mar Rosso o dall’India, ancestrali simboli di fecondità che esprimono, in questo contesto, una delle funzioni del sovrano: garantire attraverso l’esercizio dell’imperium divinamente concessogli la fertilità della terra e la riproduzione del bestiame e della specie umana: una funzione inerente all’imperium, vocabolo derivato da “partorire”.

G. Recchioni, curatore di Pikenoi